Il ritratto...e la figura

Il ritratto...e la figura

 “...non ho nemmeno una sua foto. Non ho niente di lui…” –––Titanic
di J. Cameron.

 

Se domandiamo a mille persone cosa sia un ritratto avremo di sicuro una serie infinita di “spiegazioni”. Tanto la cosa è scontata. Ma solo un grande, grandissimo della Fotografia, Richard Avedon (1923-2004) ne ha dato
una definizione didascalica: “…il ritratto è la foto di una persona che sa di essere fotografata…”

 

Nello stesso tempo Etica e Tecnica. Lapidario. Ora, senza entrare per vostra fortuna? in cose ormai superate come obbiettivi da ritratto, luce
da ritratti, tempi e diaframmi
utili (tutte cose che chi fotografava non nell’800, ma appena fino all’inizio di questo secolo – non si direbbe, vero? – doveva più o meno tener presenti) resta sempre il famoso “perché” che però, non scordatelo, giustifica il vostro “come”.

 

Ormai per fortuna, questo sì, quelle regole non ci sono più. Anche se una resistente minoranza si ostina a volerle rispettare.

 

Dobbiamo allora, per schematizzare l’argomento, dividere l’argomento Ritratto in due sezioni: soggetto e fotografo.

 

Liquidiamo il Soggetto dicendo che esistono fiumi di interpretazioni sulla psicologia del fotografato che ne dimostrano, anche scientificamente, la difficoltà…operativa.

 

Difficile per il soggetto diventare “oggetto”, non a causa del ritraente
(anche, molte volte), ma per la propria insicurezza su come apparire.

 

Su come ci vedranno gli altri, su chi ci vedrà e altre incertezze che quasi sempre ci fanno apparire vuoti e impersonali tanto che il mantra del Fotografato/a è “io vengo male se mi accorgo che mi fotografano, riprendimi quando non guardo…”. Comoda, eh?

 

Dato che lo sguardo è l’anima del ritratto… Eppure anche oggi in un mondo di “gente” …“tutti officianti il rito dell’autocertificazione della propria esistenza…” in rete, “…tutti seguaci fedeli della religione dell’apparenza, disciplina spirituale fra le più ardue, che prevede stati di misticismo autentico…” (Gianni Biondillo - Con la morte nel cuore), mettersi davanti a l’obbiettivo di qualcuno, anche consenzienti, ci fa
scattare la molla atavica che faceva pensare ai nativi americani che il fotografo si imossessase dell’anima, mentre ri-prendeva la Figura.

 

Anche oggi ripeto, quando si tratta di posare per qualsiasi cosa più di uno autoscatto (magari con le labbra a cuore verso il telefonino), tutti, uomini e donne, hanno veri momenti di panico. Interiore più o meno dissimulato.

 

La “palla” passa, allora, al Fotografo, ritrattista, in questo ruolo, che se sa “perché e come” (il come meno importante, lo ripetiamo…con le lacrime
agli occhi) e può far superare al soggetto del suo ritratto le sicure
incertezzecche verranno scambiate per poca fotogenicità (???) davanti al prodotto stampato e finito.

 

Nei libri di Storia della Fotografia si parla della frustrazione di uno dei
primi grandi fruitori di questa straordinaria “tecnica”, Nadar, quando i clienti si riconoscevano in ritratti…che non erano i loro.

 

Mentre il Grande Inventore (50%) Daguerre sembra raccontasse in modo entusiastico come un gentiluomo suo cliente non uscisse di casa senza aggiustarsi la cravatta…davanti al proprio dagherrotipo (!). Leonardo da Vinci, sulla cui capacità di ritrattistica (e non solo) nessuno avrà dei dubbi, ha lasciato scritto: “non si dipingono caratteri fisici, si dipinge ciò che
è nella mente”
, anticipando di oltre 500 anni l’attuale tendenza. Infatti, non sussistendo più nessun dubbio sulla rassomiglianza data la mostruosa potenzialità di riproduzione (somiglianza) della realtà tipica della foto digitale, ormai è opinione (intellettuale) diffusa che oggi il valore di un
ritratto derivi quasi completamente dai fini, capacità e sensibilità del Fotografo.

 

Infatti mentre i ritratti sono stati dall’inizio della fotografia “largamente impiegati presso la borghesia industriale che come classe nuova al potere
in Francia non poteva che affidare la ritualizzazione (ritratto) della propria posizione sociale ad un mezzo tecnico, ad una “macchina”, spostando addirittura l’abilità dell’operatore al mezzo che copiava la luce quasi naturalmente e autonomamente, (tanto che Disderi, uno dei primi a industrializzare in larga scala le fotografie formato tessera, carte de visite, diventò milionario in poco tempo), oggi il ritratto viene accolto come “verifica della propria quotidianità e/o prova di presenza in posti particolari o usuali”.

 

Infatti malgrado un paio di secoli veramente rivoluzionari dal lato della comunicazione, permane imperturbata anche oggi la voglia di apparire,
di essere. La natura umana non è cambiata e l’uomo si interessa ancora e soprattutto a sé stesso e a ciò che gli appartiene.

 

Anche se “ …La natura che parla alla macchina fotografica è una
natura diversa da quella che parla all’occhio; diversa specialmente
per questo, che al posto di uno spazio elaborato consapevolmente dall’uomo, c’è uno spazio elaborato inconsciamente
…” W. Bejamin L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica PBE.

 

Quale soluzione, allora, alla “luce” di tutto questo, per “l’esecuzione” di un ritratto “vincente” (nel senso di soddisfacente, con-vincente, attraente, comunicante)? Il Progetto.

 

Il rapporto vero con il soggetto. Fuggire dal clichet della “bella foto” (tutte
le macchine fanno belle foto, ormai) per una cosa che le macchinette non potranno mai avere. Il Cuore. La Mente. L’Anima. Ecco l’ingrediente vincente.

 

Ritratto nel 2014: sempre meno rappresentazione e sempre più autoritratto? (a presto con…il “ RITRATTO” del Paesaggio) Pico de Paperis (meglio conosciuto come Gigi Lusini)

 

Letture consigliate sull’argomento “RITRATTO”:

Gilardi – “Wanted” Ed. Mazzetta

R. Barthes – “La camera chiara” Ed. Gli Struzzi

Elio Grazioli - "Corpo e figura umana nella fotografia" Ed B. Mondadori