Il Diavolo… e la PostProduzione

Il Diavolo… e la PostProduzione

“Ci sono ombre più forti dove la luce è più forte”.  J.WOLFANG GOETHE

 

Sì, certo, sono i Tempi. Mode. Ma specie fra i nativi digitali, e non solo, sta dilagando, forse per reazione a questa pandemia binariofona ed estraniante, la manìa della purezza. Si citano e stracitano questo o quel grande Autore “L'importante di una foto, quello che la rende una buona foto, è che sia vera, nel senso pieno del termine. Che sia onesta. Senza tagli, senza trucchi. Senza troppi artifici tecnici. G. Berengo Gardin” quasi a mediarne i pregi e i valori. Ora, a prescindere, come avrebbe detto il grande Totò, queste affermazioni andrebbero “lette” interpretando chi le ha pronunziate. Come e perché. Ad es. Gardin perché se lo può permettere e perché è un bel plus autoriale. Inoltre da noi si dice “Napoleone quello che ‘un poteva ave’ donava…”. E si parla di un Autore grande, immenso, con un mestiere ed una cultura più grandi addirittura di molte sue foto. Siamo ancora lì. Cultura, ideologia. Sacrosanta, ma ideologia.

 

 

Certo questo è un momento di passaggio. Dove si squalifica un certo Harry Fisch, vincitore del concorso 2012 indetto dalla rivista “mondiale” National Geographic* per aver tolto digitalmente un insignificante sacchetto di carta dalla scena o si critica la foto di Paul Hansen, vincitore del World Press Photo 2012** per aver troppo “accuratizzato” la sua bellissima e tragica immagine di bimbi morti a Gaza. Come se una foto tragica dovesse per forza essere brutta sporca e cattiva.

 

 

Questo oggi succede. E succede spesso perché “ancora” non ci sono in giro idee chiare. Certo il mondo non è perfetto. Ma, è noto, noi ci innamoriamo sempre più del difetto che del pregio. E dell’imperfezione. Pur ammirando o aspirando alla perfezione. Ma quale?

 

 

Come nessuno in epoca “analogica” (ancora e sempre BRRRR…) avrebbe mostrato o esposto i propri negativi, NESSUNO oggi dovrebbe presuntuosamente pensare di

a) mettere tutto il mondo in ordine in un rettangolo “inamovibile” di 36x24 mm o giù di lì.

b) Proporre immagini che pur provenendo, magari, da macchine superprofessionali (!anzi…) non dovranno essere corrette perché…vere. Con l’aura di W. Benjamin ?***.

 

 

Tonalità, contrasto, equilibrio e non ultimo il velo grigiastro endogeno caratteristico delle immagini digitali (a causa di obbiettivi fantascientifici e sensori galattici pompati all’infinito che ci fanno vedere anche…quello che non vediamo). Tutte cose impossibili da affidare alla macchinetta che vede più del nostro occhio ma che NON può vedere quello che abbiamo visto noi. Con il nostro cervello e il nostro cuore. Tutte cose da mettere a posto per far assomigliare il prodotto finale/fotografia all’originale/reale che abbiamo deciso di immortalare. E il taglio, il croppaggio come dicono oggi, può essere un fattore determinante per una comunicazione pulita e coerente di tale immagine. Non sempre il mondo si muove con la precisione di attori di teatro guidati da un grande regista. Ansel Adams, un Padre della Fotografia (cerca), diceva che una foto è per forza un falso della realtà e deve assomigliare il più possibile all’emozione provocata dal soggetto che ci ha indotto a scattare. Ma tutto questo, e soprattutto, ha bisogno di una meticolosa cura di camera oscura (post-produzione) per restituire appieno il nostro intento.

 

 

Allora non si può demonizzare il lavoro su una immagine in nome di una purezza che non appartiene al mezzo. E’ pura una immagine del mondo a colori in un pur entusiasmante e struggente BN? Forse è una scusa per… lavorare meno? Fretta? Incapacità, perfino? Non sottovalutiamo che il passaggio dalla pellicola al computer per molti è stato duro. Traumatico. E i nativi digitali ancora non hanno sviluppato una visione umanistica della materia generati totalmente dalla tecnologia estraniante. Per cui… Post-Produzione/Diavolo? Sì, ma potendo, come Alleato.

Senza esagerare Faustianamente. E ognuno nel rispetto delle relative autonomie. Ovviamente. Eh Eh.

 

 

PdP

 

* Foto in allegato.

***Walter Benjamin (1892-1940) L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica PB Einaudi